L'eccezionale ondata di maltempo di fine ottobre 2018 - Parte prima (cronaca dell'evento)

A distanza di un anno dall'eccezionale tempesta che ha letteralmente cambiato l'aspetto di alcuni tra i più pregevoli angoli delle Alpi Orientali, lasciando nel patrimonio forestale ferite che resteranno visibili per molti anni, appare doveroso pubblicare un approfondimento sull'evento. L'analisi si focalizza essenzialmente su quanto accaduto nell'area che più è stata martoriata, trascurando altri aspetti che appaiono secondari. Essendo molte le cose da dire, questo approfondimento viene suddiviso in tre articoli: il primo è dedicato alla descrizione dell'evoluzione meteorologica di quei giorni, la seconda prova a fare un confronto con un episodio per certi aspetti simile risalente al 1966, la terza include una serie di carte sinottiche relative a quei giorni.

La prima parte dell'autunno 2018 si presenta insolitamente secca sulle Alpi Orientali a causa di un anomalo predominio di condizioni anticicloniche: alcune stazioni del Bellunese registrano il mese di settembre più secco da almeno 25 anni e le cose non mutano affatto fino a tutta la seconda decade di ottobre. A questo deficit pluviometrico si accompagna la prosecuzione di una fase calda che, salvo brevi interruzioni, prosegue ormai da aprile. La combinazione di siccità, bassa umidità, caldo eccezionale (massima di 27,5°C ad Agordo, record storico per il mese di ottobre) e forte raffiche di foehn favorisce la propagazione di un furioso incendio sul gruppo montuoso delle Pale di San Lucano (Dolomiti Agordine, BL) nel pomeriggio del 24 ottobre, una prima ferita nel paesaggio meraviglioso di quelle zone, quasi un presagio della sciagura imminente.

Già dal 20 ottobre però i modelli matematici iniziano ad ipotizzare un mutamento radicale della configurazione barica su larga scala consistente nello spostamento dell'anticiclone delle Azzorre verso un assetto meridiano con intrusione nell'area groenlandese e conseguente massiccia discesa di aria artica verso l'Europa. Nelle prime emissioni modellistiche sembra che questa colata di aria artica si indirizzi verso l'Europa Centrale e la regione alpina portando un precoce assaggio d'inverno come accaduto nel 2012 a fine ottobre. Ma col passare dei giorni questa dinamica viene progressivamente spostata verso ovest e alla fine appare chiaro che l'obiettivo dell'irruzione è la Penisola Iberica e il Marocco, con l'inevitabile risposta calda e umida da sud verso le nostre regioni in quella che è la classica dinamica responsabile delle grandi piogge autunnali e, saltuariamente, delle alluvioni. Man mano che l'evento si avvicina, le proiezioni si fanno sempre più pesanti, indicando la possibilità di piogge estremamente abbondanti e persistenti in un periodo in cui il Mare Mediterraneo, surriscaldato da mesi di tepori e calure anomali, offre il massimo apporto di energia e di umidità alle perturbazioni.

La grande manovra si compie a partire dal 25 ottobre, giorno in cui le masse di aria fredda iniziano a dilagare da nord verso sud sul settore atlantico dell'Europa. Nel Triveneto, dopo il favonio del giorno precedente, i venti ruotano dai quadranti meridionali e si assiste alla formazione di nubi basse e stratiformi che dalle zone pedemontane e prealpine si insinuano pian piano nelle vallate alpine. Nell'Agordino le prime nubi si confondono con la caligine prodotta dall'incendio di San Lucano, che è ancora in via di spegnimento. Il 26 ottobre è una giornata di attesa: il cielo è grigio sulle Alpi Orientali e si osservano le prime pioggerelline nelle zone meridionali del Trentino e del Bellunese. Le previsioni per i giorni successivi sono allarmanti: protezione civile e mezzi di informazione comunicano le allerte e alcuni azzardano inquietanti paragoni con le disastrosi alluvioni del novembre 1966, responsabili di decine di vittime e di danni ingenti.

Sabato 27 ottobre le piogge iniziano a bagnare i terreni secchi. Si tratta inizialmente di precipitazioni in prevalenza tranquille portate dai venti di libeccio che precedono la vasta saccatura presente sull'Europa Occidentale, ma nel corso della giornata i fenomeni si intensificano con decisione sui monti a nord della Valbelluna e nelle zone interne della Carnia dove si accumulano localmente oltre 100mm di pioggia. Accumuli decisamente più modesti vengono rilevati invece sulle Prealpi, un fatto inconsueto che connoterà tutto questo evento pluviometrico e che è dovuto alla particolare intensità delle correnti che spinge i massimi effetti del sollevamento orografico ben oltre la prima barriera montuosa incontrata dal flusso meridionale.

Nella giornata di domenica 28 ottobre si assiste ad una decisa intensificazione delle piogge sulle zone montane: piogge torrenziali interessano la totalità del settore alpino orientali e, con la rotazione dei venti in quota a SSW e il rinforzo dei venti di scirocco nei bassi strati, queste diventano estremamente intense anche tra Primiero e Agordino, oltre che sulla Carnia: ad Agordo dalla mezzanotte alle ore 11 cadono 200mm di pioggia (50mm in più del quantitativo medio dell'intero mese di ottobre). Al diluvio si accompagnano anche frequenti fulminazioni, non un fenomeno usuale nella seconda parte dell'autunno sulle Alpi. Malgrado i bassi livelli di partenza, fiumi e corsi d'acqua minori si gonfiano rapidamente e i primi eventi franosi interrompono la viabilità in diverse vallate. La situazione risulta particolarmente grave nell'area interna della Carnia dove entro la sera si registrano accumuli abnormi di 400-600mm da inizio evento. La previsione di un nuovo evento pluviometrico estremo atteso il giorno successivo crea grande preoccupazione anche in pianura dove malgrado le precipitazioni non siano particolarmente intense, le piene dei fiumi iniziano a montare per l'ingente mole d'acqua in discesa dalle Alpi. Di vitale importanza per la regimazione delle piene risulta la tregua tra le due perturbazioni che si osserva tra la sera del 28 e la notte seguente: dopo aver raggiunto l'acme nel pomeriggio di domenica, le piogge cessano bruscamente in serata lasciando il posto a schiarite. Sotto un cielo stellato gli uomini della protezione civile cercano di sistemare quel che è possibile riparare della viabilità disastrata, mentre grosse quantità d'acqua vengono rilasciate dalle dighe per far posto alle nuove ondate di piena previste per la sera seguente. Viene decisa la chiusura delle scuole e di alcuni stabilimenti industriali, nella consapevolezza che la rete idrografica, già messa a dura prova dalle piogge, potrebbe non reggere alla nuova rabbiosa ondata di maltempo.

Lunedì 29 ottobre 2018 è una data che resterà per sempre nella nostra memoria. Al mattino la calma e i cieli stellati della sera precedente sono già un ricordo: la pioggia battente torna a diffondersi sul Triveneto. Inizialmente lo scirocco è debole e i fenomeni sono più intensi in pianura che in montagna, ma già dalle ore centrali il flusso riprende vigore e le precipitazioni perdono forza a sud della fascia prealpine tornando invece ad essere torrenziali sulle zone alpine, dove ricominciano anche le manifestazioni temporalesche con fulminazioni via via numerose e frequenti. Dall'Algeria sta risalendo di gran carriera un profondo minimo di pressione che determina un potente rinforzo dei venti: dalle regioni tirreniche dell'Italia iniziano ad arrivare immagini e filmati di mareggiate tumultuose e alberi schiantati dal vento, ma è ancora difficile immaginare cosa riservi per le nostre montagne quella tempesta di scirocco. Nel frattempo il cielo assume una colorazione giallo-rossastra, un'atmosfera surreale prodotta dal pulviscolo sahariano asportato dal vortice depressionario quando ancora si trovava sul Maghreb e sospinto a gran velocità verso le Alpi. Già nel pomeriggio il vento di scirocco si fa rabbioso in zone quali il Feltrino e l'Agordino dove si segnalano i primi danni, un assaggio della furia devastatrice che si sta per scatenare. Le piogge divengono estremamente intense verso il tardo pomeriggio con apporti orari dell'ordine dei 30-35mm in molte località dolomitiche: un simile diluvio determina un repentino aumento delle portate di fiumi e torrenti, mentre colate detritiche e frane interrompono la viabilità isolando tutte le vallate dal Primiero alla Carnia. Si attende con ansia il transito del fronte freddo che risale dal Tirreno e segna la fine della fase sciroccale, ma proprio questo sistema frontale si accompagna ad una serie di raffiche di vento di inaudita potenza che, intensificate da fattori locali quali la caduta (catabasi) dai versanti montuosi o l'effetto imbuto delle valli, devastano intere porzioni di bosco qua e là in molte località della Carnia, delle Dolomiti e delle Prealpi Venete: si possono citare le distruzioni estese osservate sull'Altopiano di Asiago, sul Lagorai, nel Primiero, nel Feltrino, nell'Agordino e a cavallo tra Comelico e Carnia. La furia del vento di scirocco (SE) imperversa in modo particolare tra le ore 18 e le 20. Le piogge intanto raggiungono intensità estrema sulle Alpi durante la fase frontale, mentre cessano bruscamente in pianura dove si aprono schiarite che permettono di vedere le frequenti fulminazioni che si stanno manifestando sulle Alpi. Imponenti piene fluviali si riversano in tarda serata verso la pedemontana e la pianura invadendo aree golenali e causando danni alle vie di comunicazione e localmente persino alle abitazioni (un edificio rovina nel Cordevole in piena presso Mas di Sedico, BL). Del resto le cumulate da inizio evento toccano picchi di 600-700mm sulle dolomiti Meridionali, addirittura superiori a 800mm in Carnia, numeri mai visti negli ultimi decenni in un singolo evento.

Inizialmente solo chi assiste direttamente a questa sciagura può farsi un'idea di quello che è successo: le linee elettriche vengono interrotte ovunque nell'area colpita e persino in alcuni tratti della pedemontana a partire dalle ore 18 circa, un black-out che isola completamente la zona montana e che persiste anche per buona parte del giorno seguente quando è ancora scarsa la consapevolezza dell'entità della catastrofe che ha colpito le Alpi Orientali: i mezzi di informazione dedicano attenzione al transito della piena del Piave in pianura dove viene sfiorato il colmo delle arginature, all'acqua alta che a Venezia ha raggiunto i 156cm sul medio mare, nonché ai disastri causati dal vento lungo le coste tirreniche, ma sono ancora frammentarie le notizie che arrivano dalla vallate isolate dalle frane e dalla mancanza di corrente. Con il passare dei giorni arrivano foto e filmati dei boschi rasi al suolo, devastazioni mai viste a memoria d'uomo che lasciano una sensazione di profondo sgomento e di tristezza per il patrimonio naturalistico perduto. 

Quasi a rimarcare l'unicità dell'evento, questa è l'unica ondata di maltempo ad essere ricordata con il nome assegnato dall'Istituto di Meteorologia dell'università di Berlino (FUB) alla depressione formatasi nel Mediterraneo Occidentale in quei giorni, Vaia. Si è parlato e si parla ancora scorrettamente di uragano o tifone, ma va chiarito che, benché localmente le raffiche abbiano raggiunto intensità compatibili con cicloni tropicali o tornado (raffiche superiori a 200km/h), la natura di questi venti è legata essenzialmente al forte gradiente barico (differenza di pressione) che si è venuto a creare tra la profonda depressione extratropicale in risalita dall'Algeria verso la Germania e l'alta pressione presente ad est, una bassa pressione che non aveva caratteristiche tropicali (uragano o tifone). Come scritto sopra, l'intensità rovinosa osservata in alcuni versanti montani si può spiegare con fattori orografici locali (catabasi ed effetto imbuto) che hanno esaltato una corrente già violenta di suo per motivi sinottici. E' giusto che il ricordo di questa sciagura venga tramandato ai posteri in quanto il fatto stesso che si sia verificato sta a significare che in futuro potrà capitare nuovamente e, malgrado una simile combinazione di fattori sfavorevoli abbia probabilmente tempi di ritorno lunghissimi, coloro che vivono nelle zone colpite devono essere consapevoli di questo rischio.

Nella terza parte dell'approfondimento troverete le carte sinottiche con l'evoluzione a cui si fa riferimento in questo articolo: https://www.nordestmeteo.it/tempo-passato/240-l-eccezionale-ondata-di-maltempo-di-fine-ottobre-2018-parte-terza-immagini.html

Nel prossimo articolo viene invece fatto un sintetico confronto con l'evento alluvionale del 1966: https://www.nordestmeteo.it/tempo-passato/241-l-eccezionale-ondata-di-maltempo-di-fine-ottobre-2018-parte-seconda-confronto-con-l-evento-di-inizio-novembre-1966.html

 

 

 

Login

Il modulo login serve ai nostri Editori per loggarsi e scrivere gli articoli. Vuoi diventare un nostro Editore? Contattaci