L'eccezionale ondata di maltempo di fine ottobre 2018 - Parte seconda (confronto con l'evento di inizio novembre 1966)

Il carattere inaudito della catastrofe che ha colpito le Alpi Orientali l'anno scorso porta inevitabilmente a chiedersi se fenomeni di questo genere rientrino nella variabilità naturale del nostro clima o se siano figli del mutamento climatico in atto da alcuni decenni. Per rispondere al quesito è necessario guardare ad eventi del passato con caratteristiche simili e l'unico caso recente di sciroccata associata ad estese devastazioni risale ad inizio novembre 1966. Tra il 4 e il 5 novembre 1966 un potente flusso sciroccale scatenò piogge torrenziali sull'arco alpino orientale e sull'Appennino Settentrionale con conseguenti disastrose ed estese alluvioni. Di questo episodio è ben nota l'esondazione dell'Arno a Firenze, mentre vengono menzionate più raramente le devastazioni occorse nelle vallate dolomitiche e le inondazioni derivanti dalla rottura degli argini del Piave tra Basso Trevigiano e Veneziano Orientale e del Tagliamento nella Bassa Friulana. Il Triveneto contò ben 70 delle 106 vittime causate dall'ondata di maltempo in tutta Italia, un bilancio pesantissimo. Questo è senza dubbio il termine di paragone per valutare l'eccezionalità della cosiddetta tempesta Vaia.

Per quanto concerne il fattore dei danni da vento, non c'è dubbio che Vaia abbia prodotto effetti di gran lunga più devastanti rispetto alla tempesta sciroccale del 1966. Benché vi siano numerose testimonianze di schianti boschivi rilevanti osservati in quell'occasione soprattutto lungo la catena del Lagorai (Trentino Orientale) e di danni alle abitazioni occorsi in alcune località del Feltrino e dell'Agordino, si può affermare con certezza che i danni al patrimonio boschivo non raggiunsero l'entità osservata nel 2018, tanto è vero che ad esempio molte abetine rase al suolo sulle Prealpi Venete erano quelle piantate durante i piani di riforestazione del primo dopoguerra, mai devastate quindi da altre tempeste nell'ultimo secolo.

Passando invece all'aspetto pluviometrico, possiamo fare un confronto preciso tra i dati misurati dalle stazioni meteo presenti a quel tempo e le misurazioni effettuate l'anno scorso dagli enti regionali (OSMER, ARPAV, Meteotrentino). Va detto innanzitutto che l'ondata di maltempo del 1966 fu più breve rispetto a quella del 2018, visto che nel primo caso oltre il 90% delle precipitazioni venne registrato tra il 4 e il 5 novembre, mentre nel secondo accumuli consistenti vennero rilevati per ben 4 giorni consecutivi, benché i fenomeni più intensi abbiano riguardato le sole giornate del 28 e 29 ottobre. 

Possiamo quindi fare un confronto dei quantitativi registrati nel periodo di tempo di due giorni consecutivi e di tre giorni consecutivi, prendendo in esame i dati relativi all'area più colpita, quella che va dalla Carnia alla zona dolomitica.

Nell'arco di tempo di 72h nel 2018 (27-29 ottobre) sono stati rilevati quasi ovunque accumuli superiori a quelli del 1966 (4-6 novembre), segnatamente nell'area dolomitica: a Sappada (UD) 572,2mm contro i 369,8mm del 1966, a Santo Stefano di Cadore (BL) 311mm contro 230,9mm, a Misurina (BL) 261,4mm contro 178mm, ad Auronzo (BL) 307,4mm contro 204,8mm, a Cortina d'Ampezzo (BL) 284mm contro 224,2mm, a Forno di Zoldo (BL) 406,6mm contro 350mm, a Falcade (BL) 268mm contro 224,8mm, a Col di Prà (BL) 612mm contro 491,1mm, ad Agordo (BL)  533,8mm contro 457,8mm, a Passo Cereda (TN) 604,6mm contro 491,8mm. Solo spostando l'attenzione verso la fascia prealpina il quadro cambia, visto che il flusso sciroccale meno intenso del 1966 aveva concentrato i massimi accumuli proprio sulla catena prealpina, mentre i venti fortissimi del 2018 hanno traslato gli effetti più rilevanti del sollevamento orografico sulla seconda linea di montagne: a Barcis (PN) 758mm in 3 giorni nel 1966, 473,8mm nel 2018, al Pian Cansiglio (BL) 508mm nel 1966, 352,6mm nel 2018.

Per quanto riguarda l'arco temporale di due giorni consecutivi (4-5 novembre 1966, 28-29 ottobre 2018), le piogge sono stati più abbondanti nel 1966 in località come Gares, Arabba e Longarone, oltre ovviamente a tutte le località prealpine, ma sono state più abbondanti nel 2018 a Sappada (497,4mm contro 359,4mm), Misurina (217,6mm contro 175,5mm), Falcade (253,6mm contro 207,5mm) e Agordo (468,8mm contro 445mm), nonché in misura molto lieve a Cortina, Auronzo, Caprile e Malga Ciapela. Questi dati sono davvero impressionanti alla luce del fatto che, se prendiamo in considerazione solo il 28 e il 29 ottobre, abbiamo a che fare con una tregua durata circa 12h, mentre nel 1966 l'evento pluviometrico fu ininterrotto tra il 4 e il 5 novembre. 

Viene da chiedersi come abbiano fatto le vallate dolomitiche a non risentire delle stesse disastrose conseguenze derivate dalle piogge del 1966 quando intere vallate, paesi compresi, vennero travolte da piene cariche di detriti di vario genere e alcune valli come quella del Mis sperimentarono numerosi e rovinosi distacchi franosi. Si possono dare tre spiegazioni principalmente, tra le quali due riguardano aspetti meteorologici: nel 1966 ottobre era stato molto più piovoso del normale con accumuli di 250-400mm sulle Dolomiti Meridionali, piogge che avevano già saturato i suoli e alzato le portate dei corsi d'acqua prima che si scatenasse il diluvio, contrariamente al periodo secco verificatosi tra inizio settembre e il 25 ottobre 2018; in secondo luogo nel 2018 la pausa occorsa tra la sera del 28 e la notte seguente ha avuto un ruolo provvidenziale per permettere ai fiumi di smaltire grossi quantitativi di acqua prima della seconda ondata di piogge torrenziali. La terza spiegazione è un'ipotesi legata al mutamento dell'assetto ecologico del Bellunese e riguarda principalmente l'aspetto delle frane e del trasporto detritico: nel 1966 l'area montana aveva una copertura boschiva nettamente inferiore a quella attuale, in quanto maggiori erano le superfici utilizzate per i pascoli e lo sfalcio dell'erba e questa espansione dei boschi ha inevitabilmente avuto un ruolo nel ridurre sensibilmente l'esposizione del terreno all'erosione e agli eventi franosi. 

Per concludere, l'evento sciroccale del 2018 presenta, per quanto concerne l'area dolomitica e il settore interno della Carnia, aspetti di indiscutibile eccezionalità rispetto a quanto accaduto nel secolo scorso. Se questa unicità derivi da una combinazione irripetibile di fattori sfavorevoli casuali o dal contributo del mutamento climatico in atto è difficile da stabilire, tuttavia è indubbio che il maggiore accumulo di calore nel Mar Mediterraneo derivante dall'aumento delle temperature medie annue rappresenti un maggior apporto di energia a disposizione delle perturbazioni in transito, un fatto non trascurabile viste le forti anomalie termiche positive registrate da aprile a ottobre 2018, prima della tempesta.

Qui il link per la terza e ultima parte dell'approfondimento dove troverete alcune carte sinottiche: https://www.nordestmeteo.it/tempo-passato/240-l-eccezionale-ondata-di-maltempo-di-fine-ottobre-2018-parte-terza-immagini.html

 

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