I forti temporali del 3 agosto 2009

Nella serata del 2 agosto scorso un nubifragio ha colpito la zona di Tarzo e Refrontolo scaricando almeno 110mm in poche ore causando frane, esondazioni e 4 vittime. Molti hanno parlato di evento straordinario e senza precedenti, quando in realtà in prossimità della fascia prealpina eventi del genere non sono poi così rari. Durante l'ondata di temporali del 3 agosto 2009, ad esempio, si verificò uno tra i nubifragi più significativi che abbiano mai colpito l'area prealpina veneta negli ultimi anni.

La seconda metà di luglio 2009 risultò molto calda e secca a causa dell'invadenza dell'anticiclone nordafricano e la prima vera rottura temporalesca arrivò solo all'inizio di agosto e, più precisamente, nella giornata del 3 agosto, quando una saccatura atlantica foriera di temporali attraverso le regioni centro-settentrionali italiane, come si può notare in questa mappa relativa alla notte tra il 3 e il 4 agosto (quando ormai i temporali avevano raggiunto i Balcani):

Fin dalle prime ore del mattino le umide correnti di libeccio che precedevano la saccatura innescarono temporali prefrontali sulle Prealpi e la pedemontana friulana, in estensione a buona parte dell'Udinese con episodi localmente intensi come la grandinata e i 31mm di pioggia segnalati a Nimis (UD). Nelle ore centrali poi un'altra cella prefrontale causò una grandinata con chicchi grossi 2cm a Trieste. 

Nel frattempo, in tarda mattinata un forte temporale prefrontale scoppiò nelle pedemontana trevigiana orientale (30mm accumulati a Vittorio Veneto). Questa cella probabilmente è stata determinante per la genesi del vero "mostro" per il quale questa giornata rimarrà famosa. Infatti i venti freschi discendenti dalla potente cella temporalesca (fenomeno definito "outflow) si sprigionarono verso ovest, vincendo la resistenza dei venti di libeccio (quindi dai quadranti sud-occidentali) fino alla pedemontana del Grappa, dove si bloccarono creando quella che viene definita una linea di convergenza. In una linea di convergenza i venti si scontrano e la massa d'aria è pertanto costretta a salire verso l'alto dando origine a temporali se l'atmosfera è instabile. Inoltre le correnti meridionali a tutte le quote generavano un ulteriore sollevamento della massa d'aria a ridosso del massiccio prealpino del Monte Grappa, creando le condizioni per un nubifragio di rara intensità.

 

Ecco una carta che riassume questa descrizione (l'ellisse nera delimita l'area del temporale prefrontale mattutino, le frecce nere indicano il libeccio presente in pianura e l'outflow da est prodotto dalla cella nella pedemontana trevigiana, la linea rossa rappresenta la linea di convergenza e il cerchio rosso delimita l'area colpita dal nubifragio):

Dalle ore 13 fin verso le 16 violentissimi rovesci temporaleschi si originarono sul massiccio del Grappa e furono trasportati dalle correnti da S/SW in quota verso il Feltrino dando origine ad un sistema temporalesco autorigenerante: a Feltre si registrarono 54mm in mezz'ora, 101mm in un'ora, 178mm in 3 ore e 205mm in 6 ore, mentre sul Monte Avena l'accumulo raggiunse i 160,2mm. Sono cifre impressionanti, ma grazie al fatto che la fascia prealpina è abituata a smaltire ingenti quantità di pioggia, i danni risultarono limitati a modesti allagamenti a piccoli smottamenti. Il fenomeno fu estremamente localizzato, tanto che mentre a Feltre infuriava il nubifragio, sia sul versante meridionale del Grappa, sia nella zona di Belluno, a pochi km di distanza, non cadeva una goccia!

Nel tardo pomeriggio violenti temporali interessarono l'alta pianura veneta e il Trentino: nubifragi scaricarono 86mm a Canal S. Bovo (TN) e 60-85 tra il Bassanese e la pedemontana del Grappa, mentre le furiose raffiche di vento temporalesche (downburst) scoperchiano tetti e sradicano alberi ad Altivole (TV), nelle vicinanze di Vallà di Riese Pio X, già martoriata dal tornado del 6 giugno 2009. In serata forti temporali attraversarono la costa friulana e la Venezia Giulia scaricando fino a 50mm di pioggia. In quel giorno buona parte del Nordest venne interessato dai temporali, salvo il Veronese e la bassa pianura veneta, dove i venti secchi di caduta dall'Appennino Settentrionale inibirono lo sviluppo delle celle temporalesche, come spesso accade in caso di peggioramenti accompagnati da forti correnti di libeccio.

 



 

 

 

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